18.8.2009
Purtroppo
c’è sempre uno spossante proemio per tutto ciò che tocco io nell’ambito della
comunicazione a mezzo stampa, il che allunga il brodo ma restringe anche le
interpretazioni su cosa è il giornalismo in Italia: un clan di parassiti
addetti al rifiuto del lavoro.
E’ successo che F.M., venuto a pranzo a casa mia, intanto che
aspettava i soliti gnocchi al limone filtrato con aragosta al cognac, una a
testa, ha letto due brevi testi che avevo scritto di getto e poi si è
scandalizzato perché non avevo pensato affatto a pubblicarli, a darli a un
quotidiano, pur sapendo che ho querelato a suo tempo sia il gruppo
Repubblica-Espresso sia il Corriere della Sera e che già anni e anni fa
interruppi la mia già sporadica collaborazione alla Stampa perché censurato (il
mio articolo su Comisso fu pesantemente massacrato dal direttore, ora del tutto
defunto, di Tuttolibri, ma non fu l’unico caso; inoltre, gli articoli beceri,
bigotti, stupidi apparsi sulla chiusura della sauna Antares di Torino ancora
gridano vendetta e da allora io non ho mai più comperato una sola copia della
gazzetta sabauda); è vero che non scrivo più romanzi, ma di tanto in tanto
qualcosa mi sfugge, faccio la stampata e la butto nel sacco delle carte del
mese che finisce in cantina e neppure mi passa per la testa di contattare
chicchessia per renderlo pubblico; tuttavia, data l’insistenza di F.M., che
sottolineava la grana civile dei detti testi e che non rendendoli accessibili
facevo comunque un bel danno (?) al Paese (?), ho davanti a lui cercato il
numero di telefono della Stampa di Torino su Internet cliccando Pagine bianche
e ho chiamato, ben sapendo che era il giorno di Ferragosto e che non avrei
trovato, speravo, nessuno; invece è venuta l’unica cronista presente in
redazione, Monica Perosino, molto, molto carina e spiritosa (“Oh, ma che bella
cifra che chiede! I giornali sono così in crisi!”, e io, “Il che è pur sempre
grasso statale che cola, visto che stanno in piedi con gli aiuti governativi e
che se ne guardano bene dal fare qualcosa per il disgraziato nostalgico lettore
che ancora li compra”), le ho spiegato anche il dietro le quinte della mia
telefonata fatta per dimostrare la mia buonafede a F.M., oltre il contenuto dei
due testi (“Una richiesta di assunzione fatta a Carla Bruni Sarkozy e l’altro è
su diritti civili, omofobia e clericalismo anche degli attuali contendenti del Pd in
ballottaggio. Sarò buono, voglio cinquemila euro al lordo per entrambi”) e
siamo rimasti d’accordo che il lunedì (quindi due giorni dopo), al rientro, il
nuovo direttore (di cui ignoravo tutto, e anche il nome e, una volta dettomi,
anche la parentela: F.M. mi è testimone) non avrebbe mancato di telefonarmi in
mattinata per farmi sapere se era interessato o no all’acquisto (Perosino dava
per scontata almeno la curiosità di leggerli, visto che non gli costava
niente); a dieci a mezzogiorno del lunedì, quindi ieri, chiamo Perosino, che
non risponde; richiamo il centralino, chiedo di parlare con la segretaria del
direttore, la quale mi dice di non sapere niente, di non avere alcun incarico
da parte di Perosino, la quale probabilmente avrà contattato direttamente il
direttore, che rientra dalla ferie nel tardo pomeriggio; aggiunge che chiamerà
subito Perosino, che si trova fuori sede, e che mi richiamerà al più presto; do
di nuovo il mio numero di cellulare, arriva sera: nessuna telefonata.
Infrazione di ogni regola comportamentale, di ogni civiltà, buon senso, totale
disprezzo verso l’interlocutore e, quel che è peggio, mancanza di curiosità
intellettuale e, almeno, professionale. A questo punto, dubito persino che il
tale direttore abbia letto almeno “Casanova di se stessi”, visto che di cognome
fa Calabresi.
Poi
si dice, per l’appunto, che i giornali sono in crisi: a quando la loro
definitiva e salutare morte?
Un’altra considerazione: si dice che Repubblica e La Stampa
siano gli unici due quotidiani nostrani anti Berlusconi, ma basta a farne due
buoni quotidiani di una qualche credibilità terza e consistenza civile? E basta
attaccare Berlusconi per considerarsi di Sinistra e poi, a tutt’oggi, chiamarsi
Franceschini e Bersani e, a differenza di Di Pietro (mirabile per furbizia, ma
almeno mirabile per qualcosa), non essersi ancora pronunciati sulla sentenza
del Tar circa gli insegnanti di religione di cui è questione nel testo che
segue? Secondo me no, perché non basta essere antiberlusconiani se non si è al
contempo pro Busi, quindi il sospetto che Berlusconi sia in definitiva di gran
lunga migliore di chi lo attacca (semmai è il caso di dar credito a un’enormità
del genere: a me sembra nient’altro che un accordo tra le parti assegnate) si
fa di giorno in giorno sempre più consistente.
E lo
dico, sia chiaro, come avvocato del diavolo di me stesso, non altro.
Bene,
a proemio finito, ho deciso di buttare in rete a titolo gratuito uno dei due
testi in questione e lo faccio per una sola ragione, per la pressione morale
che ho subito da un occasionale e privilegiato lettore, non diventerà
un’abitudine. Ricordo che il testo può essere ripreso da qualsiasi sito ma che
non può essere oggetto di sfruttamento commerciale su carta.
Ferragosto 2009 ore 2
Io non ho mai dichiarato i miei gusti sessuali pensando così di
legittimarli e di forzarli in una dignità che già non avessero di per sé, ho
dato bensì voce altisonante al mio legittimo disprezzo ideologico, direi
carnale, verso ogni forma di oscurantismo e di dispotismo, dunque, qui in
Italia, verso la religione vaticana che mi proibiva biblicamente di avere preferenze e capricci
dopolavoristici al di fuori della normativa sessista promossa, almeno a parole,
per la sua sopravvivenza e trionfo. Io odio la tenebra da senso di colpa e la
morbosità da rimozione e la violenza a fior di pelle dei chierichetti e dei
frustrati a vita, penso che l’omosessualità maschile e femminile, se sanata dai
complessi di peccato e di abominio imposti dalle religioni monocratiche, sia il
toccasana e il sale della vera civiltà universale a pari merito
dell’eterosessualità, perciò soltanto la determinazione personale e
individuale, la volontà, la responsabilità, il libero arbitrio non imposto ma
mutuo e la dolce intesa alla luce del sole tra cittadini parimenti adulti e
maturi mi eccitano e sono il mio lievito naturale da sempre (il che significa
che la mia vita sessuale è stata modesta, e l’unico autentico godimento di cui
serbo ricordo è consistito nel descriverne gli scacchi, le frane, i bidoni,
l’ideale ostinato sempre più patetico e surreale man mano che vado
invecchiando, la frenesia apatica in crescendo, la schizzinosa promiscuità e il
senso di nausea galoppante che poi tutto ha travolto e annientato, dirottandomi
ancora giovanissimo verso una vana e molto vanesia astinenza con tutte le
sembianze esterne della foia più partecipe, un coinvolgimento più psichico da
ricercatore che non emotivo da parte in causa, anche se ero e se sono a battere
in un parcheggio, in una stazione ferroviaria, in una sauna, in un cinemino
porno, tanto, come ho scritto, l’amore per me batte solo alle tempie, piattole
a parte; adesso che faccio mente locale, non mi viene in mente nessun episodio
in cui, non dovendomi una volta tanto accontentare, non abbia preso le distanze
magari già con una cappella a tutto sesto nel culo e la mente architettata in
uno pneuma altrove, all’esodo dall’immeritato e sproporzionato supplizio; infine,
l’unico aggeggio di cui si può fare del tutto a meno in caso di omosessualità
maschile è un secondo uomo a parte te; io poi, scrivendo, mi facevo anche da
terzo, l’orgia era contemplata già nel privé della mia sintassi).
Io né sono né non sono omosessuale o eterosessuale: fermo
restando che sono filo-capitalista per fatalità storica e non per miope
tornaconto, sono innanzitutto anticlericale, antifamilistico, antinazionalista,
antirazzista, antifascista, antiberlusconi, antileghista, antiarcigay, antistronzista
e basta, e, a parte che non mi piacciono gli orientali e che non saprei più che
farmene di un arabo o di un monegasco, la mia sessualità esula da qualsiasi
condizionamento fideistico e politico e classista e economico e farmaceutico
(del legislativo posso fregarmene alla grande: uno non mette a nudo il proprio
pensiero per decenni nei suoi atti quotidiani e nella sua opera letteraria come
me per poi dare a qualcun altro la soddisfazione di scoprire che l’intemerato
era solo un fintone che nascondeva immonde libidini, e niente mi ha fatto
schiumare di rabbia sanguinaria come la sovrapposizione omosessualità/pedofilia
divulgata dai malati più ortodossi al potere, e più inartigliati ai cordoni
della borsa custode della verità più rivelata e più ultima su cosa è e cosa non
è la Natura, di cui hanno depositato il brevetto loro e guai a metterne in
discussione le royalties; io ho sempre parlato della pedofilia altrui e di come
mettere dei paletti all’età del consenso per limitare ai miei concittadini i danni
da fanatismo sessuofobico-cristiano, perché i preti e i loro cani da guardia
tutto perdonano ma non chi osa andare a caccia sul terreno loro per lascito
divino, e ne ho parlato in termini alquanto blandi, geografici spesso o di
seghe a due o a gruppetti di innocenti rionali del sottoproletariato che, non
essendo mai stati in gita scolastica né a Milano né a Torino né a Venezia e men
che meno con pernottamento presso i Piccoli Padri del Santo Prepuzio, non
sapevano neppure che el büs del gnao poteva servire a altro che a essere
pulito con una foglia di gelso; ho parlato di pedofilia separando i bambini dai
cosiddetti minori, le vittime totali dalle vittime, se mai è il caso,
parziali, ricordando magari che nel non remoto Stato di San Marino l’età del
consenso è di quattordici anni da mo’, ma personalmente, e lo ribadisco sin da
quando ero ragazzino, mi sembra ridicolo e noioso scopare con qualcuno che
abbia meno di trent’anni, e anche in questo caso nove volte su dieci c’è tutto
un tira e molla per convincerlo a togliersi il termometro al mercurio benedetto
dallo sfintere o almeno il ciuccio dalla bocca).
Non ho mai pensato di dichiararmi gay (etichetta che negli anni
Cinquanta neppure esisteva) bensì illuminato da filosofi, pensatori, poeti,
scrittori, scienziati dalla Grecia in su escludendo l’Italia a parte me (faute
de mieux, mi sono dovuto parecchio illuminare da me, con tutta la
fatica che comporta fare prima luce agli altri che non la vogliono né intendono
sospettarla) e progressista e “assolutamente moderno” (ben oltre Rimbaud, che è
un reazionario cristologo ben prima che alla morte la sorella Isabelle possa
manipolarne le carte che non dà alle fiamme), e se fossi stato un vigliacco di
mondo o un anticonformista di maniera o un comune frocetto in carriera, e
quindi un cattolico come tutti, che mi dichiarassi o non mi dichiarassi
sessuato così o cosà non avrebbe fatto alcuna differenza, avrei dovuto versare
pur sempre e vita natural durante lo stesso obolo al peccato e alla salvezza o
dannazione di chi si decide per il “vivi nascosto”, infernale sfumatura del
quieto vivere, sarebbe stato come esporsi al sacro vincolo del matrimonio di
giorno per poter essere più liberamente costretto a andare a puttane di notte,
perché quello è il sistema e al sistema non si sfugge, il rito di un’ora è una
cosa, la ritualità di prassi un’altra.
Dichiararsi gay non è una
garanzia o una moratoria contro l’ipocrisia e il perbenismo e il servilismo, ci
si può dichiarare gay quanto vegetariano e restare un ipocrita o quanto meno un
imbecille per tutta la vita, una marionetta a servizio dell’amorale morale che
le regge i fili e che è la stessa a fornirle gli slogan di omologata
contestazione e passeggera insubordinazione. La maggior parte dei gay
dichiarati (lasciamo perdere quelli ancora più disgraziati) non ha alcuna
coscienza politica e civile, proprio come qualsiasi maritino che tiene famiglia
e quindi l’alibi buono per qualsiasi nefandezza contro le famiglie altrui e
soprattutto verso i celibi e le nubili che non condividono la sua isteria
machista di invaginatore di successo, e a nessuno preme strapparsi il
guinzaglio e usarlo per darlo senza pietà sulle orecchie di chi gliel’ha messo,
si accontentano tutti di farselo allungare un pochino, anche se spesso
l’allungarlo per sé significa vederlo accorciarsi ulteriormente al collo di
qualcun altro più debole e indifeso, fosse pure solo un umile umiliato per sua
propria convenienza, un defraudato di mestiere.
Come è intellettualmente
e eticamente e urbanamente possibile che uno si dichiari gay o lesbica e poi
resti un cattolico che foraggia il suo nemico per eccellenza da millenni nella
speranza di trarne un qualche beneficio, materiale o immateriale che sia, un
seggio parlamentare o un’assoluzione addirittura? L’ho straripetuto: un
omosessuale cattolico è come un ebreo nazista. Che il gay cattolico pratichi
critiche alle gerarchie porporine e suggerimenti buonisti al prevosto sfigato o
la messa cantata e la confessione con tanto di penitenza, altro non fa che
ingrossare lo stesso incensamento del più prono alla processione dei soliti mea
culpa e intercedat, proprio come una bestemmia è un’invocazione a Dio al
contrario e quindi una resa incondizionata ai ministri del Cotanto (per
fortuna, dal fatto che è sempre più raro sentire una bestemmia come si deve, si
può arguire che la defezione dalla Chiesa è ormai una conquista di massa).
L’unica conquista
individuale e collettiva o esemplare pietra miliare che importa in questo
processo di autodafé diciamo sessuale – per dire civile in senso
antiricattatorio a lungo termine – è proprio il contemporaneo dichiararsi o no
anticlericali militanti, non altro, soldati e sentinelle di uno spirito europeo
aconfessionale e liberale nato con l’Illuminismo e la rivoluzione francese a
segnare la fine dell’Inquisizione e della Controriforma e perfezionato in due
secoli di guerre debitamente fratricide affinché all’assolutismo e alla
restaurazione, all’anarchia e al comunismo e al terrorismo subentrasse la
democrazia che, millantata e imperfetta quanto si vuole, deve restare l’unico
faro verso l’unico orizzonte possibile.
Inutile, stupido e
screditato prendere le parti degli uni o degli altri: finché esisteranno ebrei
e musulmani, non ci sarà mai posto per gli israeliani e i palestinesi. La gran
rottura di palle non è che continuino a ammazzarsi, è che lo fanno troppo
lentamente, e sono gli unici al mondo cui sta bene così. Sbattezzare le sante
menti per disarmare le santabarbare o, fino a nuova Genesi, ciccia – al sangue,
va da sé.
Di un militante di qualsivoglia fazione purché dichiaratamente
anticlericale… mosche bianche, eh! al massimo sono zecche laiche, e tutte
nessuna esclusa, ecco perché, passati un paio d’anni e tolte le relative
medagliette sui revers, è stato poi impossibile distinguere un repubblichino da
un partigiano e viceversa, Longanesi, Montanelli, Bocca, Fo sono lì a
ricordarci la labilità di ogni recita a soggetto secondo il copione delle
circostanze e, massimamente, dei cosiddetti errori di gioventù, e del resto chi
ci parla oggi di Pace dal soglio pontificio? Un ex pischello della
Hitlerjugend! Chi l’avrebbe mai detto? Ma io!… di un militante di qualsivoglia
fazione purché anticlericale, dicevo un’era fa, colgo la coscienza che si
riprende la bussola politica e sentimentale nelle proprie mani e propugna che
altri facciano lo stesso (e se sarà stato un militante di valore lo si saprà
dal suo non essere diventato il solito capetto alla testa di un manipolo di
psicolabili nostalgici e rincoglioniti), non mi lascio distrarre o attrarre in un
verso o nell’altro dall’uso dei suoi organi sessuali, mi fa piacere per lui o
per lei che ne abbia la sua spettanza e che li usi o non li usi come gli pare e
piace anche se, come me, non gli pare e anche se non gli piace: LA SESSUALITÀ
UMANA TRA ADULTI O COETANEI CONSENZIENTI DI QUALSIVOGLIA GENERE E NUMERO NON E’
SINDACABILE, e nemmeno interessante quanto basta per essere spettegolabile. Ai
giri in su e giù per il cavallo delle mutande di un troione vip di regime
preferisco un’indagine a fondo attorno all’elastico tra tenore di vita e basso
reddito dichiarato del mio anonimo e castigato vicino.
Due militanti parimenti intelligenti e quindi impegnati sul
fronte dell’anticlericalismo, base di ogni serietà d’intenti almeno civile, uno
etero e l’altro omosessuale, e fossero pure uno di Sinistra e uno di Destra,
hanno più punti di contatto e affinità elettive, e elettorali tout court, che non
due etero o due gay tra di loro. La sessualità da sola (scelta o imposizione o
deriva o compromesso sessuale che dir si voglia, e che per i più quasi sempre è
o un’entusiastica rassegnazione al meno peggio di tipo ambientale e sociale o
una contrattazione negoziabile di volta in volta, fosse pure all’interno di un
patto per l’eternità) non accumula alcuno specifico collante relazionale, così
come è assurdo pensare che due donne siano più avvinghiate di due muli in una
solidarietà di genere solo perché entrambe usano la spirale o, se in minigonna,
diano in improvvisi e furibondi sculettii per scacciare le mosche. A me basta busodorare
la benché minima puzzina di cattolicesimo in uno di Sinistra per sapere
all’istante che ho a che fare con uno di Destra alla prima occasione, basta che
gli si presenti quella buona e grassa e non rischierà di essere coerente se al
contempo deve rischiare qualcosa in proprio: se è laico (“laicista” mai, per
carità!) alla maniera di Bertinotti o di D’Alema o di Fassino o di Vendola o di
Luigi Berlinguer (al quale, in fatto di istruzione per quel poco pubblica che
resta, dà dei punti persino il sòlare ministro Gelmini), puoi stare certo che
le parole saranno pure di Sinistra ma gli atti risolutivi sono già di Destra
senza neppure aspettare ulteriore sviluppi o crocevia rivelatori. Sentire i
tentennamenti e i distinguo e le cautele e le reticenze o omofobe o pretesche
di Franceschini e di Bersani in materia di diritti civili per coppie di fatto e
matrimoni tra cittadini dello stesso sesso e adozioni e inseminazione
artificiale – per non parlare della vergognosa presa di posizione del Pd contro
il Tar del Lazio per avere ricordato l’altro ieri che gli insegnanti di
religione non hanno alcun titolo propriamente pedagogico-disciplinare per
partecipare agli scrutini di Stato – già ti dice COSA NON SARA’ questa Sinistra
una volta rifondata. Non si rendono conto i due prodi litiganti che se
articolassero fino in fondo i loro cauti ragionamenti e querule sparate, solo
per il momento a salve, e i malcelati pregiudizi e i bigotti distinguo
salterebbe fuori che le stesse madornali baggianate in materia di cittadini A,
di cittadini B e di cittadini C le avrebbero potute dire un Casini, un
Borghezio, un Bossi, un Calderoli, una Binetti, uno Zaia, un Rutelli, un Prodi,
una Bindi, un Mastella, un Buttiglione, uno Schifani, un Bagnasco, un
Ratzinger? Valeva la pena di rifondarla, ‘sta Sinistra? Sfondata era, sfondata
resta e resterà, e amen. Essa, mirabolante e vincente strategia a parte, mi
ricorda tanto un mio conoscente della Bassa che, in grande anticipo su quel
sesto senso eroticamente rabdomantico che poi diventerà la moda più sublime per
rimorchiare, si spacciava per gay del tutto indifferente con le callipigie che
gli facevano montare il sangue alla testa e, si sa, le donne vogliono salvarti:
è andato a strage sicura, anche con qualcuna non già madre di famiglia (mi
raccontava che le previdenti, per svezzarlo senza traumi dal suo “vizio
innato”, gli concedevano sui due piedi quel contentino che di solito un uomo
ottiene dalla donna solo se già abbondantemente tutelata in caso di richiesta
di alimenti e di nuovo incinta, e lui contemporaneamente in zona tredicesima).
Be’, quello del mio conoscente della Bassa collezionista di natiche femminili è
e resta l’unico caso in cui dichiararsi gay e basta ha un senso, ma una
Sinistra che ancora pensa che le basti dichiararsi di Sinistra per esserlo e
essere creduta?
No, no: o resto come
adesso in nessun posto proprio come lei o vado a farmi sinistrare altrove.
A.B.
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