Da "Il Foglio" di ieri:
Il fattore x
Tra demolizione e maledizione un posto speciale era per Morgan
Siamo andati a sentire, brillava
Con crudezza didascalica, un grande giornale ci ha edotto fin da marzo su come X Factor, il reality musicale di Rai 2, sia comico piuttosto che musicale: la Ventura faceva presentare Facchinetti, che non avrebbe saputo presentare; Mara Maionchi, discografica e simpatica, ricordava Vanna Marchi, il che non ci rassicurava. Tra demolizione e maledizione, un posto speciale era per Morgan, ex Blu Vertigo, e direttore artistico in pectore. "Però il più comico di tutti è Morgan (...) con il suo pizzetto sotto il naso, con le sue velleità artistiche e letterarie, con il suo maledettismo, con il suo francobattiatismo, con l'antologia di Spoon River sotto il braccio". Volevamo verificare il rapporto tra questo furore e la realtà effettuale, e da allora abbiamo guardato X Factor. Certo, non è un'Opera. E' la ripresa televisiva di un evento - la fervida passerella di musicisti in gara. E' televisione, e stavolta siamo associati alla ricerca di cantanti con il fattore X, cioè le qualità cromosomiche della star. Ma c'è poco da avere in sprezzo: con i giornalieri su Sky, la venatura reality del programma permette di entrare nella profondità della vicenda. Il che potrebbe non essere niente, se non fosse per la laboriosa selezione dei tremila provini e quindi il ricavo: il calibro degli interpreti. La tv illustra il lavoro corale, l'impatto con le canzoni, la paura degli artisti, l'apprendimento. C'è tutto. E' come guardare la traslazione canora dell'assunto eduardiano che gli esami non finiscono mai, e non appena si è cantato, tutto è da ricominciare. Poi vediamo la comunità dei cantanti, che nella vita hanno scelto di puntare sul pianto del mondo, la prima musa, la più antica: la poesia. Osserviamo gente che cerca delle cose che non sono qui e ora. Che ciò si chiami cantare, dipingere, recitare, è sempre così: che un uomo si chiami Salvator Dalì e vortichi da una performance all'altra; o Cormac McCarty in qualche canyon americano, ed esca fuori solo con romanzi, non davvero di persona. Però va detta una cosa: gli artisti della leggera, che nessuno sa dire quanto sia leggera, sono una razza a parte: i musicisti. Li vediamo vivere insieme e non gli serve troppo parlare. Una volta che hanno mangiato, dormito, fatto le prove, li ritroviamo a cantare insieme in una stanza e basta, sotto le telecamere, ma ci hanno fatto il callo. Sono seduti sul pavimento, come i boyscout sull'erba, e cantano. Ragazzi dai diciannove anni ai trenta, ma nessuna regola lo vieta, potrebbero essere anche ragazzi dai venti ai sessanta. Uno ha la sigaretta in bocca e accompagna alla chitarra, qualcuno ha la maglietta, la giacca a vento se è sera. Canta un ragazzo, poi canta una ragazza, e non ci è indifferente che siano così belle le voci. I ragazzi chiamano questo momento il focolare e hanno ragione. Si sente, è un fuoco acceso anche per noi. (...) L'altro giorno passa Giorgia (...) si mette per terra e parla - di solito parla poco. Dice: vi conosco bene, seguo la trasmissione, siete fantastici. (...) La cooperazione tra l'estetica e la realizzazione della forma non nasce dall'erudizione, ma dal lavoro. I gruppi individuati da Morgan, hanno qualità di proposta come raramente nella nostra musica leggera. E' così che la televisione arriva addirittura a esprimere un clima. Martedì sul palco c'era Giorgia, in precedenza aveva cantato: aspettava. Morgan, fin qui presente come direttore artistico, sale. Si mette al pianoforte. Va bene, dicono, facciamo The long and winding road. Pensiamo che è letteratura dei Beatles, e si può appena eseguire, non reinventare. Il pianoforte di Morgan è una vicenda di accenti, la voce di Giorgia una materia di struggimento. E bisogna dire, va detto, che è stato come vedere Ella Fitzgerald nel 1960 cantare Sunshine of your love. E ha cominciato a cantare Morgan, con il suo pizzetto, il più comico di tutti, e nello studio è entrata una voce che sembrava la caverna dove origina la musica. E non c'è stato altro che lasciarsi portare - che non è la stessa cosa di ascoltare. Poi, Morgan brillava.
Alessandro Schwed
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