Fuori dalle palle
Jackie Curtis revisited

Solo gli infrequentabili coglioni si inventano il misantropo scoglionato

26_PORTRAITS_Aldo_Busi
Oggi ho già chiamato due volte una suocera per sapere se una giovane coppia in luna di miele – mio regalo di ringraziamento speciale per essersi sposati in chiesa e perciò per avermi esentato automaticamente dall’andare al banchetto di nozze – era arrivata a destinazione, mentre io da tanti anni non dico mai a nessuno quando parto e dove vado, quindi non dico neppure che sono arrivato e che sono ritornato. Non saprei proprio a chi può mai interessare una cosa così, il testamento è fatto e le disposizioni funerarie (lasciatemi dove sono capitato) pure, tutt’al più invio un sms alla domestica a ore, che ha l’ordine di restare nel vago sui miei spostamenti con gli estranei, quindi non le ho neppure mai chiesto se si è mai data la briga di individuare qualcuno che non lo sia, e se devo telefonare a qualcuno, allorché mi si richiede dove sono, dico sempre, se ci sono rumori insoliti attorno tipo ghiacciai che schiantano l’uno contro l’altro, che sono dalla fruttivendola anche se mi trovo in Alaska su una rompighiaccio. Non sono uno che si dà arie perché ha traslocato l’insonnia o la perdita di coscienza in un giaciglio più esotico.

Pensavo a questa circostanza poco fa perché io, invece, ci tengo a sapere di qualcuno se è arrivato, se è andato “tutto bene”, e le rarissime persone alle quali ho permesso di scomodarsi per venire a trovarmi sanno che mi devono informare che poi sono arrivate sane e salve a casa, non importa se per farlo hanno dovuto fare in volo duemila chilometri o venti in macchina, per me la visita si conclude una volta che sono rientrate a casa loro, un eccesso di premura, che rende inquieto me per primo, allunga i tempi del mio coinvolgimento oltre quelli della presenza fisica insieme a me. A volte è tale la preoccupazione che metto in conto per il loro rientro, specialmente se c’è la nebbia, che li scoraggio del tutto ad arrivare da me. Inoltre, arrivare da me significa aver stabilito prima l’ora del commiato, che di solito è un’ora dopo per chiunque, che per me, abituato a restare da solo e a non parlare con nessuno, è davvero tanto, e se, per esempio, ho parlato con qualcuno un’ora il lunedì, ben difficilmente riesco a riprendermi prima di un’altra settimana tanto da sentirmi di ripetere l’esperienza. Se mi vuoi bene un decimo di quanto te ne voglio io, non costringermi a sbadigliarti in faccia, perché tra un secondo niente mi tratterrà.

Io, ormai, non vado più da nessuno e, se sono in una città straniera in cui vado da anni, non rivedo nessuno, perché a ben vedere non vi ho mai stabilito alcun tipo di legame con nessuno, magari ci sono stato tre volte in un anno una settimana per volta e mai ho scambiato una parola con qualcuno o, se sì, non ricordo di averlo fatto e non ricordo certo con chi, non saprei proprio con chi farmi vivo. Gli umani, a parte il personale degli alberghi che ha un modo tutto suo di essere presente e di restare inavvertitamente amorfo, sono  quelle cose che camminano per i fatti loro in un dato momento in cui anche a me è capitato di camminare nelle stesse strade nello stesso momento. Eppoi, ho orari tutti miei: alle otto di sera vado a letto e neppure resisto a guardare dieci minuti di telegiornale, mi addormento di sasso e mi sveglio alle due del mattino, il che significa che pranzo alle dieci e ceno alle cinque, se qualcuno è così bravo da convincermi a tirarmi fin dentro un cinema, a dieci chilometri da casa al massimo, o ad andare a cena, in una trattoria del posto, devo modificare i miei orari, andare a letto un’ora e mezza il pomeriggio, perché non ce la farei ad arrivare fino alle dieci di sera, oltre è impensabile. Non è una questione di stare in città o in un paesotto di provincia, mi ricordo che nel ‘91 ho abitato a Milano un anno e che mi sono tolto lo sfizio di segnare le volte che avevo fatto la mezzanotte fuori casa insieme ad altri: otto volte in tutto, sei perché stavo rifinendo alcuni tratti dell’alta borghesia di Vendita galline km 2 (tempo perso per scrupolo: avevo già fatto un decennio di cameriere in alberghi di lusso da Cortina a Baden-Baden, mentre l’anno trascorso al più modesto hotel Terminus, sempre a Milano, mi aveva già dato tutti registri dell’alta borghesia decaduta che lì veniva a morire di vecchiaia per i bassi costi). Per non sentirmi un pesce fuor d’acqua, ho sempre recitato di appartenere alla temperatura esterna socialmente convenuta, ho sempre finto un calore di circostanza che non provavo, perché io dopo mezz’ora di vicinanza con chicchessia mi devo dare i pizzicotti per ritornare in me, cioè per ritornare mentalmente nel luogo in cui mi trovo e presso la gente con cui mi trovo. Nessuno mi diverte, il mio divertimento consisteva nel darmi lo spettacolo della recita della mia curiosità fittizia e nel mascherare la mia stanchezza in vitalità, tant’è vero che mi è capitato di essere invitato anche una seconda volta nella stessa casa; mi sono comportato, infine, come chiunque altro, credo, in un rito propiziatorio per rendere impagabile l’incontro della tua vita, quello in cui finalmente la tua testa troverà l’abbraccio dei suoi sogni, l’agnizione che cambierà il corso della tua giornata per ogni notte a venire: il cuscino del letto alla fine di tutte le strette di mano e i baci sulle guance e i patetici arrivederci.

Avevo un paio di ospiti fissi qui a Montichiari, regolari come una cambiale, un tormento cacciato giù da cui non riuscivo a trovare il modo di uscire, ho cominciato a negarmi, sempre più a lungo, dicendo la verità in parte, che non avevo voglia di incontrare nessuno in quel momento, in effetti tacendo che non avevo voglia di incontrare soprattutto loro, poi, diventati sempre più insistenti, gli ho detto che se ne facessero una ragione, non intendevo portarmeli appresso nella vecchiaia, ecco tutto, che non avevo più l’energia per sopportarli, che l’interscambio si era esaurito, niente di personale, tant’è vero che non gli ho detto che per me si era esaurito da, mettiamo, cinque anni e che ero nauseato dalla gentilezza del cazzo che mi ero fatto un dovere di usargli ricevendoli. Non mi sono mai domandato se non si siano mai accorti della nausea che mi provocava la loro compagnia, perché c’è ancora gente che scambia un’erezione per una forma di interesse nei loro confronti - superiore, addirittura, alla preparazione di un osso buco col risotto allo zafferano, e tanto da preferirla. Uno potrebbe dire: ah, ma allora ci facevi sesso! Loro non so, io con loro no di sicuro, io so cosa è fare sesso, e siccome ho fatto anche lavori di facchinaggio in gioventù, so che non ha niente a che vedere col trascinare oltre il convenevole pallet pesantissimi in un salotto. Molto difficile far capire che la comodità nel dichiararsi omosessuali risiede nel vantaggio che dopo non solo non sei più tenuto a corteggiare le donne, ma neppure ad andare con gli uomini - molto difficile farlo capire prima di tutti alle donne nate, anche a prescindere; quindi da quarant’anni in qua, se voglio essere sicuro di avere un rapporto sessuale con un uomo mi masturbo. Il piacere più sicuro per una persona socievole come me non è conoscere una persona nuova, ma sbarazzarti di una che conosci già.

Le stesse persone che mi sono care, e di cui voglio sapere se sono arrivate e ritornate bene e tralasciando il fatto che lo voglio sapere anche per chi caro particolarmente non mi è perché l’angoscia non mi fa sconti, mi sono ben più care se restano lontano o se si avvicinano col contagocce del minutaggio, trenta minuti è la misura perfetta ogni tre settimane, trenta secondi se mi devo intrattenere per cortesia con qualcuno che mi si rivolge per strada allorché vado a fare le spese o in un luogo pubblico, che poi sarà un treno o una sala d’attesa di aeroporto, perché di altri in cui ho messo piede recentemente non ricordo, in televisione non mi capita più di andarci (ma quello è lavoro, non conta, pertanto non contano né gli orari né i momentanei coinvolgimenti di rito con gli addetti) e serate non ne faccio più, né a titolo gratuito né a pagamento, è diventato impossibile per chiunque comportarsi bene con me fino alla data fissata, sicché ormai mi ritiro dall’impegno preso strada facendo, alla minima sciatteria organizzativa e di rispettosa rettitudine e deferenza nei miei confronti mi sento autorizzato a ritirare la parola data, non tollero la minima effrazione alle regole dell’etichetta e dell’educazione e della legalità (chiedere una fattura è diventato come pretendere un feretro floreale per qualcuno che, in fondo, respira ancora), e poiché questo mio voltafaccia non avviene mai all’ultimo momento ma con grande preavviso, non comporta spese a nessuno, a parte me.

Non so se mi sia definitivamente pacato, se sì, ha molto contribuito una certezza che non riesco più a non usare come leva interpretativa della mia vita esistenziale e intellettuale e sessuale: gli intelligenti mi stanno lontani, gli imbecilli mi avvicinano, più un intelligente mi avvicina, più diventa imbecille. Deve essere il fatto di stare a contatto con me che lo fa diventare imbecille sempre di più, non saprei come spiegarmelo altrimenti; premesso che io sono tutto meno che imbecille e che non posso farmi carico di questa possibilità prove alla mano, non posso dire se chi mi avvicina era imbecille anche prima, ma di certo se era intelligente, non si nota, anzi, costui non fa niente perché si noti, tutto preso com’è ad affermarsi come tale, intelligente, voglio dire; attiro i mediocri, i rassegnati, gli ignavi, gli stupidi, i succhiasangue con gli occhietti cisposi di pianto per le crudeltà e le incomprensioni del mondo, ogni volta è come se mi si presentasse un levriero e poi scopro che tutto ciò che risalta in questa specie apparente e che ha da offrirmi è la zecca fatta e finita incistita nella coda, che il levriero altro non è che una cavallo di Troia per infiltrarsi nella mia vita e trasferirmi la zecca che nasconde.

Forse invece sono diventato imbecille anch’io, certo molto tra me e me, come faccio a rendermi conto se lo sono anche verso gli altri se non sono mai con nessuno, e direi questo in conclusione: che uno resta intelligente finché ha voglia di sperimentare stupidità nuove in cui rischiare di essere lui lo stupido, e io devo ammettere che non ne ho più voglia. E’ come quando nella buca della posta trovo l’avviso del corriere che non mi ha trovato e mi si prega di contattare la filiale per la riconsegna del pacco: non lo faccio neanche più, e immagino che i pacchi saranno rispediti al mittente o andranno al macero dopo un tot di giorni, cosa c’entro io? Quando come me se ne hanno scartato a centinaia per niente, capisci che solo un nessuno in vena di sentirsi impunemente qualcuno può inviartene un altro e che nelle sue buone intenzioni non pensava a un destinatario, ma a un bersaglio. Se anche per una volta fosse stato un pacco che riguardava un po’ anche me e non solo chi me lo spediva, è troppo tardi per rompere i sigilli dell’indifferenza e dei nervi saldi nella spocchia, la contentezza potrebbe rivelarsi l’ultima e più disperante delusione. Dopo aver frugato invano tra quintali di trucioli di polistirolo, un centenario che se ne fa di una stecca di torrone?

Quindi non mi sembra un brutto traguardo non avere nessuno cui dire quando parto, quanto resto e quando ritorno. Se non fosse saltato fuori come una qualunque constatazione scrivendolo, non me ne sarei neppure reso conto. 

PS

Avrei potuto aggiungere che mi accade… mi accadeva… la stessa cosa con le persone di sesso maschile, da cui potrei… avrei potuto… essere attratto, e questo sorvolando sul fatto che io agli uomini non sono mai piaciuto nemmeno da giovane: i veri uomini o se ne stanno alla larga da me o più si avvicinano, più perdono virilità e meno mi attraggono come maschi da sesso, perché un uomo è sexy sempre, un maschio poco e niente anche una volta sola, perché un uomo è sempre un uomo di potere anche se è un eremita e non ha un centesimo, un maschio è sempre un coglione spossessato del necessario anche se siede in Parlamento e possiede trigliardi; contrariamente a quanto afferma sant’Agostino, va benissimo “l’autonomia del pene”, a condizione che su tutto il resto, anche sulle conseguenze del pene autonomo, ci sia una presa di coscienza e responsabilità civili totali autonomi dal pene, parte che un uomo non scambia mai per il tutto; tutti ignorano che la virilità è una elaborazione in fieri, che non si è un uomo una volta per sempre e che il fatto di appartenere al genere maschile non è una garanzia a vita, anzi, se un maschio smette di porsi di fronte alla propria virilità come entità in continua mobilitazione revisionata dall’autocontrollo per eliminare virtù o mode o modi trasformatisi in tic e nel tic-tac di un orologio che si credeva al quarzo e invece è già una pendola a cucù, è già una donna, col pendente ma di fatto donna, perché solo le donne restano donne come nascono e non possono essere più femminili di quanto non siano per immenso dono naturale, sicché ho notato che più un uomo si avvicina a me, più serra le vele e tira i remi in barca della propria virilità delegando a me il fatto di essere maschio per il fatto di essere l’uomo che elabora la virilità “anche per conto dell’altro” che man mano si disfa degli ormeggi della propria di virilità come se fossero l’odiata zavorra che non gli permetteva di vivere finalmente in balia di una libertà senza remora e senza rotta, ovvio che me ne ritragga disgustato o semplicemente stufo, perché io non sono quello dei ruoli con le scie ben disposte una per parte, uno fa sempre il bambino e l’altro fa sempre l’adulto, uno spende sempre e l’altro sgobba e guadagna, uno è “passivo” e l’altro è “attivo”, uno è romantico e l’altro è cinico, uno è poeta e l’altro prosatore, tu l’intimità e io la società, tu il riposo del guerriero e io il guerriero, e un maschio che non sia uomo non è neppure femminile e quindi desiderabile come una donna, è solo donnesco, il mascherone cascante di una parafrasi genetica, lo sanno bene le mogli che quando dicono a mezza voce del marito che “ormai è come tra fratelli” dicono solo una mezza verità, perché la verità è che ormai è come tra sorelle; per esempio, anche in una coppia di uomini la qualità precipua di un uomo è provvedere alle proprie risorse di sostentamento visto che è l’oggetto primo della produzione e dell’economia e della politica, è rendersi conto dei suoi costi che, se non se li sgrava da sé, spetteranno all’altro, e siccome a me non sono mai interessati i mantenuti perché mi ricordano le donnine di vita oltretutto di una volta, ovvio che l’uccello mi va giù e non si risolleva più, perché due sono già una coppia alla seconda scopata in casa, non è necessario un registro delle unioni civili per sancire i costi in detersivo, in lavatrice, in collaboratrice domestica, in luce, acqua, gas, in lenzuola, copridivano, asciugamani, accappatoio, caffè, torta allo zabaglione, malvasia di una sveltina presa per le lunghe. Posso aiutare qualcuno di tutto cuore e a lungo e con parecchio impegno economico da parte mia, ma niente sesso, per favore, o sono filantropo o mi tira, non mi si chieda poi di portare anche quest’altra soma per sentirsi assolti da ogni dovere compartecipativo in economia e in dialettica e in senso civico e in iniziativa politica, in una parola, in virilità nei miei e altrui confronti. Non fanno in tempo a togliersi l’impermeabile tipo spia-che-viene-dal-freddo che sotto scoprono il grembiule della casalinga che va a sistemarsi al calduccio. La mia vita di relazione da troncare al più presto è stata un inverno su cui dovevo alitare col mio fiato per farlo estate, gli altri ad abbandonarsi al sonno più sereno e riposante come compreso nel pacchetto, io con gli occhi sbarrati a vigilare per entrambi. Meglio castrarsi che vivere con quattro palle, parola.   

A.B.


 

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